MiniBond: alternativa al sistema bancario o strumento per pochi?

MiniBond: alternativa al sistema bancario o strumento per pochi?

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Negli ultimi giorni sono state pubblicate due ricerche (osservatorio MiniBond e mercato MiniBond 2017) che fotografano la situazione dei mini bond in Italia. Passati quattro anni dall'introduzione della legge che consente anche alle imprese di piccole dimensioni non quotate di emettere obbligazioni, è possibile fare un bilancio dell'iniziativa.

Chi può accedere ai MiniBond e chi ha usufruito dello strumento


La ricerca “Eidos – Bureau van Dijk per piattaforme PMI” ha calcolato come, sulla base dei dati di bilancio 2015, il numero di aziende potenzialmente idonee ad emettere un Minibond e/o una cambiale finanziaria è di circa 4.000 unità. Di seguito i criteri di selezione utilizzati per identificare le aziende che teoricamente potrebbero accedere a questo strumento:

  • Settori esclusi: real estate, attività professionali e aziende pubbliche
  • Ricavi: fra 10 e 150 milioni di euro
  • Posizione finanziaria netta/ebitda: massimo 5 volte
  • Ebitda/ricavi: minimo 7%

Quanti imprese hanno avuto accesso ai MiniBond?


La ricerca effettuata dalla School of Management del Politecnico di Milano rileva come, in questi 4 anni, siano 222 le aziende ricorse a questo strumento con un controvalore totale di 11,5 miliardi di euro. La raccolta è ancora lontana dall'obiettivo (50 miliardi in 5 anni ipotizzati nel 2012) ma è sicuramente un segmento in crescita e che sta evolvendo velocemente. Sulle 22 totali, il 41% delle aziende sono del settore manifatturiero e il 28,8% sono imprese aventi sede in Lombardia.

Dati sui MiniBond relativi all’anno 2016


Nel corso del 2016 sono 88 le imprese (84% S.p.A) che risultano aver collocato mini bond, mentre erano state 67 nel 2015. Le imprese che per la prima volta hanno collocato Minibond sono 74, mentre 14 avevano già utilizzato in passato tale strumento.

Da sottolineare come nel 2016 siano raddoppiate (da 10 a 20) le società emittenti con fatturato tra 10 e 25 milioni: nel 2016 sono 52 le aziende emittenti con fatturato sotto 50 milioni contro le 33 del 2015: questo a testimonianza che il target di riferimento coinvolge sempre più aziende medio piccole.

Andamento delle imprese che hanno emesso MiniBond


Rilevante per fotografare lo stato di salute delle imprese, che il bilancio delle imprese emittenti abbia visto incrementare il rapporto ebitda/vendite al 18,9% dell’ultimo anno dal 5,4% del 2013 e che solo un quarto del campione non incrementi i propri ricavi dopo l’emissione di mini bond.

Esaminando la distribuzione territoriale emerge che circa il 75% di queste ha sede legale nel Nord Italia (45% nel Nord Ovest) con la Lombardia che rappresenta il 34% delle aziende.

Chi investe in MiniBond?


Gli investitori sono principalmente fondi di private debt (31% degli investitori totali), seguiti da investitori internazionali (28%) e assicurazioni (11%), mentre le banche italiane hanno nel tempo ridotto sempre di più il loro ruolo (attualmente rappresentano il 6%).

Le motivazioni del collocamento


Sono state identificate 4 motivazioni principali:

  • finanziare la crescita interna: raccolta finalizzata a sostenere gli investimenti in ricerca e sviluppo, in nuovi prodotti o nuovi mercati
  • finanziare la crescita esterna: sostegno per acquisizione di altre imprese o divisioni
  • ristrutturazione del passivo dell’impresa: ovvero la rimodulazione del mix di finanziamento da terzi. Quindi liquidità raccolta per rimborsare debiti in scadenza
  • finanziare il ciclo di cassa operativo dell’impresa: quindi liquidità raccolta per equilibrare incassi dei crediti e pagamento dei debiti

Durata e cedola media Mini-Bond


La durata media è salita da 5,2 anni del 2015 a 5,7 dell’ultimo anno, a testimonianza che si finanziano progetti anche di media durata (19 emissioni con durata oltre 7 anni contro le 11 del 2015). Sul totale il 28% del campione (82 imprese) hanno operazioni con scadenza compresa tra 4 e 5 anni, ma ci sono anche 44 imprese con emissioni aventi scadenza maggiore di 7 anni e ben 37 con scadenza entro l’anno.

Le cedole sono quasi tutte fisse (solo 33 sono cedole variabili pari all’11,3% del campione). La cedola media del 2016 è stata del 4,89%, in calo rispetto al passato (la cedola media totale è invece 5,36%).

Conclusioni su questa forma alternativa di finanziamento


La fase di incertezza economica non favorisce sicuramente la crescita di uno strumento che comunque ogni anno incrementa i suoi numeri e allarga la platea degli attori coinvolti. La ricerca del Politecnico rileva che il mini bond è spesso percepito dalle imprese come un passo “necessario”, ma meno impegnativo della quotazione in borsa (o del private equity).

In un contesto, come quello italiano, dove la dipendenza dalle banche è particolarmente elevata (i debiti bancari delle imprese italiane rappresentano circa il 65% del totale dei debiti finanziari, mentre la media dell’area euro è circa il 45%), il MiniBond rappresenta una fonte alternativa di finanziamento sicuramente interessante. I parametri economici e patrimoniali che mediamente vengono presi in considerazione dagli investitori istituzionali sono abbastanza stringenti (4.000 imprese circa secondo la ricerca sopracitata) e pertanto, pur registrandosi un incremento delle emissioni di aziende con fatturati inferiore ai 50 milioni, l’emissione di minibond non è ancora alla portata della maggioranza delle PMI italiane.


Dario De Benedetti


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